DICEMBRE 2016 • WELCOME ! BENVENUTI sul sito web della Rivista TRACCE CAHIERS D'ART

11 novembre 2016

Su TRACCE CAHIERS D'ART l'intervista a Giuseppe Lo Pilato direttore del Giardino della Kolymbethra - Bene del FAI, Agrigento

Sulle pagine di Tracce Cahiers d'Art 
l'intervista a Giuseppe Lo Pilato 
direttore del Giardino della Kolymbethra
Valle dei Templi, Agrigento


Giardino della Kolymbethra, Valle dei Templi, Agrigento


La rivista d'arte TRACCE CAHIERS D'ART in occasione dell'uscita del 25° cahier autunno - inverno 2016 pubblica uno spazio speciale riservato al Giardino della Kolymbethra nella Valle dei Templi di Agrigento con l'intervista al direttore Giuseppe Lo Pilato. 

Bene storico, naturalistico e paesaggistico di grandissimo rilievo, il Giardino della Kolymbethra, piccola valle situata nel cuore della Valle dei Templi di Agrigento, è stato affidato al FAI in concessione gratuita dalla Regione Sicilia per un periodo di 25 anni. tra i Beni FAI nel Sud Italia, autentico gioiello archeologico e agricolo della Valle dei Templi, tornato alla luce dopo decenni di abbandono, è un giardino straordinario per la magnificenza della natura che qui trova la massima espressione della sua generosità e per la ricchezza dei reperti archeologici che ancora vengono alla luce.

L'intervista pubblicata da TRACCE CAHIERS D'ART si inserisce nel contesto d'una ripresa della riflessione critica espressa dall'editoriale intorno all'estetica del paesaggio e del bello naturale.

COME FARE PER RICEVERE LA RIVISTA STAMPATA 

Per ricevere al Vostro indirizzo la rivista TRACCE CAHIERS D'ART n. 25 autunno - inverno 2016 con lo speciale sul Giardino della Kolymbethra, inviateci in redazione una email a: mail.tracce@libero.it
Per le INFO telefonate o inviate un sms in redazione cell. 348.277.43.11

6 novembre 2016

L'Apocalisse secondo Enrico Baj al Palazzo Leone da Perego / MA*GA di Legnano (Milano)

L'Apocalisse secondo Enrico Baj
Al Palazzo Leone da Perego / MAGA di Legnano


di Beniamino Vizzini, 6 novembre 2016


Enrico Baj "Guernica d'après Picasso, 1984, acquaforte e acquatinta a colori, cm 60 x 100

Dopo la retrospettiva di Enrico Baj recentemente tenuta ad Aosta, Palazzo Leone da   Perego / MA*GA di Legnano (Milano) ospita, dal 6 novembre 2016 al 26 febbraio 2017, la mostra “Mirabili mostri. L’Apocalisse secondo Baj”. La rassegna, curata da Emma Zanella, Roberta Cerini Baj e Chiara Gatti, organizzata in collaborazione con la Fondazione Marconi di Milano e l’Archivio Baj di Vergiate (Varese), rientra a pieno titolo nella linea espositiva del Polo museale dell’alto milanese per l’arte contemporanea che unisce in un unico progetto culturale le due sedi del MA*GA di Gallarate e il Palazzo Leone da Perego di Legnano, focalizzandosi sui grandi artisti di area lombarda.


Enrico Baj "Cacacazzo", 1978, cm 218 x 200

L’esposizione legnanese approfondisce un importante capitolo nella vicenda creativa del grande patafisico dell’arte italiana contemporanea ovvero, si concentra sul ciclo narrativo costituito dall’Apocalisse, un work in progress e un’installazione di grandi dimensioni realizzata a cavallo tra gli anni settanta e ottanta.

Apocalisse significa scoperta o disvelamento e richiama, in particolare, una visione dominata da un diffuso senso di tragedia o di catastrofe: l’Apocalisse di Enrico Baj è la rivelazione funesta di un tempo esiziale, lo svelamento della nostra contemporaneità come d’una condizione precipitata nell’abisso di un’orgia babelica prodotta dall’invasione di “ultracorpi”, di ibridi e di alieni defecati dall’ano infernale di quell’organismo vorace e insaziabile che è la società dei consumi e che rischia di restarvi fagocitato per sempre. 


Enrico Baj "Mangiagiduglie", 1983, cm 215 x 118

Enrico Baj mette in fila, uno dopo l’altro, tutta una serie di mostri, tra cui primeggiano cazziritticannibalmangiabambini, mangiagiduglie, cacacazzi, diavoli cornuti, culdifica, leviatani e animali chimerici e grotteschi quali premonitori di una Apocalisse ecologica. Teratogenesi fantastica dedotta da una fantasia maligna di cui, però, si prende gioco l’immaginazione irriverente dell’artista al medesimo modo del mimetismo ludico-infantile, come quando la vita seriosa degli adulti si rivela agli occhi di un bambino. 

L’Apocalisse di Enrico Baj strappa il velo alla rappresentazione autocelebrativa di un mondo fin troppo oppresso da orrori, follie e violenze d’ogni genere, al pari dell’indimenticato suo gesto, beffardo e dissacratore, che aveva saputo denudare e denunciare la tronfia vanagloria dei Generali quali simboli del potere più necrofilo e più scellerato che vi sia, il potere di scatenare le guerre che alle coscienze narcotizzate dell’oggi vengono soavemente raccontate come doverose e umanitarie “missioni di pace”.

Enrico Baj fu artista e anarchico. Per lui l’arte non fu mai speculativo gioco di mercato, bensì impegno etico in un gioco di libertà non condizionata da interessi, da conformismi e da autocensure varie, ma sempre anarchica, appunto, ovvero priva di principi pregiudiziali, pronta a rimettersi in gioco ogni volta che il destino dell’arte fosse stato messo in pericolo dalle estrinsecazioni dell’orrore contemporaneo. 


Enrico Baj, Piccolo Pinelli, 1972, acrilici e collage su tavola, cm 58 x 120


Storia dell'Apocalisse di Baj
di Roberta Cerini Baj, curatrice della mostra


Nell’autunno del 1978, Baj iniziò l’Apocalisse: in studio sagome in legno di svariate forme e misure, stesi sul prato lunghi teli riempiti di macchie e colature a dripping

Marzo 1979: allo Studio Marconi di Milano la prima esposizione dell’Apocalisse sui tre piani della galleria, che, quali gironi danteschi, presentavano rispettivamente: le macchie nere e gli incubi generati dal sonno della ragione; la premonizione e l’attesa, in cui già i mostri si preannunciano a una folla in fuga; infine l’Apocalisse vera e propria, dove i mostri dominano su facce stravolte. Uscì una pubblicazione sull’opera a cura di Umberto Eco. 

1° maggio 1982: inaugurazione della mostra di Baj I grandi quadri a Mantova nel Palazzo della Ragione. In fondo all’immensa sala medievale l’Apocalisse, tutta raccolta su una parete, trionfava salendo verso l’alto; al suo opposto I funerali dell’anarchico Pinelli usciva dall’ombra in tutta la sua drammaticità. L’aspetto teatrale delle opere di Baj era così straordinariamente sottolineato. Durante l’inaugurazione il poeta Edoardo Sanguineti lesse il suo Alfabeto Apocalittico, composto per l’occasione.
 

Enrico Baj "La sirena dell'isola di Patmos", 1983, cm 165 x 110

Tre anni più tardi l’Apocalisse volò a Miami, per la mostra General Crisis, al Center for the Fine Arts, L’accompagnavano come già a Mantova, altri grandi quadri e si era nel frattempo arricchita di nuovi teli e nuove sagome. 

Dicembre 1993 in una vasta antologica alla Pinacoteca Comunale Casa Rusca di Locarno, l’Apocalisse, allestita nel cortile della Pinacoteca, all’esterno delle sale fino al secondo piano, offriva allo spettatore dal basso una visione d’insieme, mentre visitando la mostra se ne osservavano da vicino le sagome lungo il percorso. 

L’Institut Mathildenhöhe di Darmstadt dedicò a Baj nell’ottobre 1995 una retrospettiva incentrata in particolare sulle opere di impegno civile: tra cui l’Apocalisse. 

Nel maggio 2001 l’Apocalisse tornò in Germania, nella Städtische Galerie di Erlangen. In questa installazione furono inseriti alcuni teli ispirati al mito di Gilgameš, realizzati tra il 1999 e il 2001. 

Autunno 2001: grande retrospettiva al palazzo delle Esposizioni di Roma, comprendente circa duecento opere: l’Apocalisse fu montata su un’unica parete molto alta, con una scala sottostante. L’effetto scenografico era straordinario. 

Nel 2003 l’Apocalisse fu presentata alla Fondazione Mudima: occupava in questo caso varie sale su due piani e nel 2008 nel Chiostro di Sant’Agostino a Pietrasanta, riprendendo il montaggio in tre parti, come nella prima installazione. 

L’ultima presentazione la scorsa estate, nella mostra Baj, l’invasione degli ultracorpi al museo Archeologico di Aosta. L’attuale esposizione a Legnano ne approfondisce alcuni aspetti, avvalendosi dell’aggiunta di sagome e teli. 

Nel percorso artistico di Baj l’Apocalisse costituisce una sorta di compendio delle precedenti esperienze, dal periodo nucleare fino ai Funerali dell’anarchico Pinelli, attraverso la rivisitazione di Picasso. Quasi del tutto assente il collage nella realizzazione delle figure, è essa stessa un grande collage in cui la possibilità di variare il montaggio delle parti accentua da un lato il gioco combinatorio, dall’altro l’aspetto teatrale, già presente nelle opere maggiori. 

A partire dall’Apocalisse inoltre l’attenzione di Baj si sposta sulle contraddizioni che agitano la nostra società e da qui prendono l’avvio le opere degli anni a venire.  Legnano (Milano), 4 novembre 2016 
INFO: www.museomaga.it email: leonedaperego@museomaga.it

27 ottobre 2016

Riflessioni: Giappone/Italia. Le opere di OKI IZUMI e MAURO BELLUCCI in mostra alla Esh Gallery, Milano

Riflessioni: Giappone/Italia
Le opere di Ōki Izumi e Mauro Bellucci
in mostra alla Esh Gallery di Milano 


Ottobre 2016
Tracce Cahiers d'Art rivista d'arte invita i suoi Amici e Lettori a visitare una mostra unica, delicatissima e poetica di due artisti che stimiamo. 

RIFLESSIONI: GIAPPONE/ITALIA. Opere di Ōki Izumi e Mauro Bellucci è il titolo della mostra presso la ESH GallerySi è inaugurata il 25 ottobre e proseguirà fino al 24 Novembre 2016 a Milano, in Via Forcella 7 (Zona Tortona). www.eshgallery.com

L'esposizione: 
ŌKI IZUMI propone le sue raffinate sculture di vetro industriale e MAURO BELLUCCI i suoi collages in carta nepalese. 
Non mancate di visitare questa mostra e di 'portare a casa' qualcuno dei suoi pezzi unici. Le opere hanno la capacità di regalarci momenti di assoluta pace interiore. 


Per saperne di più
clic su comunicato stampa.

17 ottobre 2016

HENRI FANTIN-LATOUR in mostra a Parigi al Musée du Luxembourg. Servizio su TRACCE CAHIERS D'ART. IL Nuovo N. 25 della rivista d'arte esce a Novembre 2016

Henri Fantin-Latour, "À fleur de peau"
Musée du Luxembourg, Paris

Ottobre 2016 - La pittura di Fantin-Latour è in mostra al Musée du Luxembourg di Parigi. La rivista Tracce Cahiers d'Art sul nuovo N. 25 a stampa, in uscita a Novembre 2016, pubblica un ampio servizio con le opere dell'esposizione e i testi dei curatori della mostra: Xavier Rey, Laure Dalon e Guy Tosatto

Affiche de l'exposition
Ⓒ Rmn-Grand Palais, Paris 2016

La Peinture de FANTIN-LATOUR au musée du Luxembourg à Paris est sur les pages du nouveau numéro 25 - novembre 2016 de la revue Italienne Tracce Cahiers d'Art.

VIDEO Grand Palais: FANTIN-LATOUR, entre poésie et réalisme



VIDEO Grand Palais: FANTIN-LATOUR, l'exposition 


13 ottobre 2016

Per DARIO FO dalla rivista Tracce Cahiers d'Art. ViVa l'Arte e la Cultura

Per Dario Fo
dalla rivista Tracce Cahiers d'Art

Ottobre 2016 - Noi della rivista Tracce Cahiers d'Art vogliamo ricordare DARIO FO una sera d'inverno al Teatro Smeraldo di Milano, lui seduto in mezzo al pubblico, FRANCA RAME in scena sul palco... il calore degli applausi...

2 settembre 2016

"1984. Evoluzione e rigenerazione del writing" è il titolo della rassegna sul Graffitismo urbano alla Galleria Civica di Modena, in collaborazione con la Biblioteca d'arte Poletti. In corso fino al 18 Settembre 2016

1984. Evoluzione e rigenerazione del writing
Una grande mostra sul Graffitismo urbano
alla Galleria Civica di Modena
in collaborazione con la Biblioteca d'arte Poletti

di Beniamino Vizzini, 2 Settembre 2016


Zelle Asphaltkultur, senza titolo, photo courtesy of the artists

La Biblioteca civica d’arte “Luigi Poletti” di Modena, che vanta uno dei più importanti patrimoni a livello nazionale per quanto riguarda la documentazione di writing e street art, ha offerto la sua collaborazione per l’apertura della mostra alla Galleria Civica di Modena, che indaga sul fenomeno dell’arte urbana, con il titolo “1984. Evoluzione e rigenerazione del writing” e a cura di Pietro Rivasi. In corso fino al 18 Settembre 2016.

La rassegna, dà grande rilievo all’aspetto più controverso dell’arte di strada: gli “interventi non commissionati” nello spazio pubblico. Grazie a una forte presenza di materiale fotografico e video sarà possibile riflettere sul senso di uno tra i fenomeni più eccentrici e spontanei dell’arte contemporanea. Una pratica d’azione espressiva diretta, a carattere prevalentemente segnico-figurativo, che sembra invertire il senso del ready-made, là dove si preleva un oggetto comune dal contesto del suo uso quotidiano per ricontestualizzarlo in un ambiente dell’arte (Galleria o Museo). Qui, invece, il fenomeno artistico viene rifunzionalizzato, al contrario, in un ambiente estraneo, non suo, come il contesto della vita urbana e della strada, con l’effetto – non importa se voluto o meno – di interferire sovrapponendosi all’immaginario sociale regolato dal codice delle comunicazioni verbovisive, di stampo mediatico-pubblicitario, negli spazi extrartistici di un paesaggio, per l’appunto, straniato come quello dell’urbanizzazione post-urbana delle metropoli contemporanee. 

Pubblichiamo qui di seguito, sul sito di Tracce Cahiers d'Art, il testo di Pietro Rivasi, curatore della mostra:

"Now we wonder if graffiti will ever last...????????"

di Pietro Rivasi
curatore della mostra

Il writing, conosciuto anche con l’improprio nome di graffitismo, è un movimento nato alla fine degli anni Sessanta tra Philadelphia e New York, espansosi poi viralmente in ogni angolo del mondo. Writing significa scrivere il proprio nom de plume, il più possibile, ovunque e senza preoccuparsi di infrangere sistematicamente la legge. Andando contro alcune norme basilari del vivere civile, il writing invoca esplicitamente la censura, generando segni effimeri che nei casi più estremi sopravvivono poche ore e vengono visti soltanto da chi ne fa oggetto di indagine giudiziaria o li rimuove.

Horfee, senza titolo, 2015, tecnica mista, cm 150 x 150, Collezione privata

Questo fenomeno non sarebbe mai entrato nei libri di storia dell’arte se non fosse stato praticato in maniera selvaggia su qualsiasi superficie messa a disposizione dalla metropoli. Ciò che colpì intellettuali, fotografi, artisti, giornalisti, galleristi, critici, fu proprio la sfrontatezza, la spontaneità e la capacità di rompere, non tanto con il mondo dell’arte – con il quale probabilmente, almeno all'inizio, non aveva nessuna ambizione di dialogare – quanto con la società e le regole di convivenza comunemente accettate, senza un secondo fine se non quello di affermare l’esistenza degli autori. 

Il writing non ha smesso di trasformarsi con l’introduzione delle frecce o del bubble style: la sua evoluzione non è perciò soltanto relativa agli stili. Fare i conti con un controllo repressivo, sia generico che specifico, in crescita costante, ha imposto infatti ai writer un cambiamento che trascende la ricerca di strumenti sempre più efficienti per scrivere, l'invenzione di tecniche innovative, le style wars, e che arriva a mettere in discussione i codici stessi della disciplina: ad esempio ad una tag2 non corrisponde più in modo univoco uno specifico writer e le lettere, per quanto possa sembrare paradossale, non costituiscono più una condizione indispensabile per scrivere. L'inasprirsi dei provvedimenti contro il writing ha costretto gli artisti a rinnovare le basi stesse della loro pratica per tutelare la propria libertà e la sopravvivenza delle loro opere. 

"1984. Evoluzione e rigenerazione del writing" vuole offrire un panorama di queste molteplici trasformazioni prendendo in esame alcuni degli artisti che hanno gettato, e continuano a sviluppare, le basi estetiche e teoriche di ciò che è oggi questo fenomeno, mostrando come essi si siano adattati ai mutamenti sociali: alcuni cercando di rinnovarsi nelle scelte linguistiche e nei codici, altri trasferendo l’esperienza di strada in forme d'arte più vicine a quelle proposte da gallerie private e spazi istituzionali. Altri ancora non hanno invece rinunciato a portare avanti con testardaggine lo spirito originale dei pionieri newyorkesi, cercando con ogni mezzo di aggirare la repressione. 


Francesco Barbieri, "Correnti sommerse", 2016
tecnica mista su tela, cm 150 x 170, Courtesy Galleria La Linea, Montalcino (Siena)

La mostra è suddivisa in due sezioni. Da una parte lavori che possono essere definiti di “post graffitismo”: tele, carte, installazioni e sculture che racchiudono la ricerca svolta all'interno dello spazio urbano, declinata in opere pensate per ambienti differenti. Dall’altra, installazioni fotografiche e video che hanno l’intento di portare il writing all’interno dello spazio museale nel pieno rispetto della sua natura “selvaggia”, per esortare il pubblico del museo a considerarle come vera e propria forma d'arte e non come un “disturbo visivo incontrato nel tragitto tra casa e lavoro”, facendo in modo che il cambio di contesto permetta allo spettatore di guardare all'opera con occhi diversi. 

Non è in discussione infatti che l’arte urbana non commissionata, ed il writing in particolare, siano per la società nient’altro che atti vandalici: per la legge sostanzialmente lo sono ed i writer ne sono di solito pienamente consapevoli. L’ampio spazio che la mostra offre a questi lavori, non vuole essere un modo per assolvere, legittimare o deresponsabilizzare chi pratica questo tipo di azioni. Si desidera tuttavia sottolineare come l'arte urbana, che oggi è oggetto di particolare attenzione, sia rappresentata all’interno degli spazi istituzionali in maniera spesso del tutto mistificata. Se il writing, vero e proprio linguaggio e cultura popolare, merita l’attenzione del mondo e del sistema dell’arte, allora ciò che deve essere proposto e conosciuto sono la sua parte più genuina ed i protagonisti che maggiormente contribuiscono alla sua sopravvivenza ed evoluzione.

28 agosto 2016

28 Agosto 2016 #Museums4ITALY. Giornata Nazionale della Solidarietà a sostegno delle Regioni colpite dal terremoto

Museums for Italy
Giornata Nazionale di Solidarietà
Domenica 28 Agosto 2016
I Musei Statali Italiani e molti Musei Civici e Privati
offrono un sostegno concreto alle Regioni colpite
#Museums4Italy


La Rivista Tracce Cahiers d'Art è anche su Twitter con aggiornamenti e documentazione del lavoro degli Artisti, del mondo dell'Arte e dei Beni Culturali. Seguici su Twitter a questo indirizzo @MailTracce

18 agosto 2016

Gli Amici di Tracce Cahiers d'Art.
Dalla California, Larry Killen, in arte LARK con "Garden Encounter", 2016

Larry Killen, in arte LARK
da Vacaville, California su Tracce Cahiers d'Art

a cura di Marianna Montaruli, 18 Agosto 2016


Larry Killen, in arte LARK, vive a Vacaville, nella contea di Solano, nel Nord della California. IL suo lavoro artistico – acquerelli, matite colorate e pastelli su carta di piccole e medie dimensioni – che ama accompagnare con brevi componimenti poetici ed aforistici, si può seguire su Twitter

5 agosto 2016

La coppa di Varapodio torna al Museo Archeologico di Reggio Calabria

Museo Archeologico Nazionale
di Reggio Calabria
Torna dal Metropolitan di New York al Museo MArRC 
la coppa di età ellenistica di Varapodio

a cura di Marianna Montaruli, 5 Agosto 2016


«Torna al Museo la coppa di Varapodio, in prestito, per alcuni mesi, al Metropolitan Museum of Art di New York – afferma il Direttore Carmelo Malacrino. Il reperto sarà esposto dal 6 Agosto 2016, insieme al prezioso corredo funerario ritrovato nel 1904 nel comune aspromontano". 
PIÙ INFO su: www.yescalabria.com 

Il nuovo Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria rappresenta uno dei rari esempi di edificio progettato e realizzato per accogliere collezioni museali. Palazzo Piacentini si affaccia sulla Piazza De Nava, nel centro storico della città.

Il MArRC è uno dei Musei archeologici più rappresentativi del periodo della Magna Grecia, con importanti collezioni, noto al mondo grazie all'esposizione permanente dei famosissimi BRONZI DI RIACE, accoglie anche una vasta esposizione di reperti provenienti da tutto il territorio calabrese. Il nuovo percorso museale ha inizio dall'alto, con una sezione dedicata alla Preistoria e si sviluppa fino al piano terra attraverso l'esposizione delle grandi architetture templari dei territori di Locri, Kaulonia e Punta Alice, garantendo una continuità spaziale e logica che ha il suo epilogo con l'esposizione dei materiali, ognuna provvista di testi esplicativi e supporti dedicati, ha l'obiettivo di "raccontare" al visitatore la Storia della Calabria.
Al piano seminterrato la dotazione delle Sale espositive è integrata da tre spazi destinati alle Mostre temporanee. PIÙ INFO su: www.beniculturali.it

ANTICA TAZZA DI VETRO CON FIGURE E FREGI D'ORO. Una descrizione assai bella di Giuseppe Moretti si può leggere in www.bollettinodarte.beniculturali.it

16 luglio 2016

"D'Aprés Goya" di VARLIN al Palazzo Bentivoglio di Gualtieri.
Di Beniamino Vizzini

"D'Aprés Goya" di VARLIN
di Beniamino Vizzini
16 Luglio 2016

In occasione della mostra "Varlin. Dipingere la vita", a cura di Sandro Parmiggiani, a Palazzo Bentivoglio, sede permanente del Museo Antonio Ligabue, Gualtieri (Reggio Emilia)


VARLIN (Willy Leopold Guggenheim) "D'Aprés Goya", 1970

Dopo Goya, la condizione esistenziale dell’uomo, nella storia, non sembra affatto essere cambiata; lo stesso grido d’angoscia, la stessa follia, la stessa profonda pietà, agitano le due allucinate teste urlanti nella figurazione sfigurante e tragica di Varlin. Questo quadro esposto, insieme a circa 40 opere dell’artista svizzero, nella mostra "Varlin. Dipingere la vita", a cura di Sandro Parmiggiani, fino al 17 luglio 2016 al Palazzo Bentivoglio di Gualtieri (Reggio Emilia), ci restituisce l’espressionistica esteriorizzazione d’una rivolta anarchica, ben viva nel cuore della tensione creatrice di un pittore, “stralunato e geniale” (come l’aveva definito Roberto Tassi) cui fu Léopold Zborowski a fornirgli – non per caso – il nome d’arte Varlin, in ricordo dell’eroe e martire anarchico della Comune di Parigi, che aveva rovesciato la colonna Vendôme assieme a Courbet. Il vero nome di Varlin era Willy Leopold Guggenheim. 

Il suo quadro “D’Aprés Goya” del 1970, reso con rapide pennellate informali e deformanti, composto d’una tavolozza ridotta a bianchi sporchi, neri e ocra, con qualche traccia di gialli e rossi, proprio al modo delle “Pitture Nere” nella Quinta del Sordo del grande genio aragonese di Fuendetodos, ci pone di fronte alle sembianze perturbanti di due figure maschili fuoriuscite, a mezzo busto, da uno sfondo in prevalenza di color nero pece, e caratterizzate dall’assordante silenzio di un urlo senza requie. 

Una, che invade lo spazio centrale del quadro, gli occhi sollevati in alto, ha la testa semicoperta da un velo tratteggiato con colpi tempestosi d’albicanti cromie, l’altra, in secondo piano, par quasi fargli da eco e amplificarne la disperata mimica facciale. 

Rappresentano forse due matti, due alienati mentali o, non piuttosto, l’allegoria dello stato di alienazione in cui l’umanità è forzata a vivere? Eppure, questa non è semplicemente un’opera raffigurante un concetto, una figura retorica, perché nei quadri di Varlin – come ha scritto il critico e storico dell’arte Roberto Tassi – “l’umano è trovato, schiacciato sulla tela, rotto nelle sue fibre, nelle sue impronte, nella sua miserabile sacralità e trasformato in poesia”. 

Sulla superficie franta e senza prospettiva di questa tela le inaudibili onde sonore di un grido sono, dunque, trasfigurate in forme, palesemente, sul punto di sfaldarsi e corrompersi sotto il nostro sguardo. Qui, l’inudibile si mostra, pertanto, come una drammatica e pietosa apparizione, sebbene accolta nella luce redentrice dell’arte della pittura che, qui, si converte nella gloriosa forma d‘una disperazione creativa. 

Il testo di Beniamino Vizzini "D'Aprés Goya di Varlin" è stato pubblicato sulla Rivista Tracce Cahiers d'Art, N. 24 primavera estate 2016, che ha dedicato un ampio servizio alla mostra "VARLIN. Dipingere la vita", in corso fino al 17 luglio 2016 al Palazzo Bentivoglio, sede del Museo Antonio Ligabue, Gualtieri (Reggio Emilia).

Inseguire la modernità? Marche doucement sur la Terre, elle est sacrée

Inseguire la modernità?
"Marche doucement sur la Terre, elle est sacrée", J.Y. Leloup

di Beniamino Vizzini, 16 Luglio 2016

Arte Romana, La Primavera o Flora, Museo Archeologico Nazionale, Napoli
Arte Romana Imperiale, Affresco, Foto Scala, Firenze
su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali

Ad altri spetterà l’obbligo di accertare le responsabilità per il disastro ferroviario avvenuto il 12 luglio 2016 sulla linea Corato-Andria in Puglia. A noi di Tracce Cahiers d’Art invece tocca il dovere di fermarci un attimo a riflettere sulle ragioni più complessive che spiegherebbero il perché di quanto accaduto. Sembrerebbe farsi strada nell’opinione pubblica il senso comune per cui una simile tragedia si sarebbe verificata a causa del grave ritardo infrastrutturale e tecnologico che caratterizza le regioni meridionali d’Italia. Insomma, sarebbe stata tutta colpa d’una carenza di modernizzazione con relativa carente tecnologia in grado di garantire strutturalmente la sicurezza e, dunque, il problema si risolverebbe inseguendo più tecnologia ovvero, più modernità nelle aree emarginate e meno moderne del Paese. 

Tale “senso comune” non manca indubbiamente di logica e di razionalità ma proviamo, per un momento, a rovesciarne l’assunto principale ed a riflettere sull’altra faccia nascosta della luna… e se fosse proprio la modernità o i processi sempre più accelerati di modernizzazione a provocare effetti di emarginazione, di inefficienza e di abbandono in aree sempre più estese del pianeta? Si invoca più modernità come se la logica di un sistema del genere fosse pensata per venire incontro, per esempio, ai bisogni quotidiani dei pendolari, eppure dovrebbe essere evidente che non è così. Proprio le scelte operate dalla società privata delle Ferrovie Nord-Baresi costituiscono un caso esemplare: è stata potenziata e ammodernata la linea verso l’aeroporto di Bari-Palese per la necessità, questa sì davvero sentita e urgente, di gestire un volume di traffico internazionale, in crescita progressiva e finanche esponenziale, perciò capace di assicurare un corrispettivo volume di affari da cui ricavare più sostanziosi profitti e maggiori ricadute di investimento, mentre per la linea in direzione opposta, verso Barletta, si può benissimo aspettare e prorogare i lavori “necessari” di raddoppio dei binari e di messa in sicurezza semplicemente perché rappresentano solo dei costi senza un ritorno di benefici in termini immediati di profitto. Possono anche in queste condizioni esserci altre modalità di lucro, ma questa è un’altra storia e si chiama corruzione. 

Dunque, oltre alla logica del buon senso o del senso comune, non bisogna mai dimenticare che esiste un’altra razionalità che, appunto, è la logica della modernità che dai tempi dei futuristi in poi coincide con il mito della velocità. Una razionalità irrazionale che sembra correre sempre di più come una macchina impazzita all’insegna della parola d’ordine “il tempo è denaro” dove alla diminuzione fino all’azzeramento del primo corrisponde l’aumento fino alla crescita illimitata del secondo, in un rapporto inversamente proporzionale come negli attuali scambi telematici dei mercati finanziari.

Siamo così sicuri che inseguire la cosiddetta modernità non significhi essere lanciati sulla via migliore verso il progresso esattamente come sulla locomotiva che un tempo aveva cantato Francesco Guccini? E, d’altronde, gli attentati che oggi insanguinano l’Occidente (ultimo in ordine di tempo ciò che è successo a Nizza il 14 luglio 2016) non viene forse il sospetto che siano la reazione folle alla follia della modernità che vuole imporsi dappertutto e che vuole omologare il mondo intero alla forma d’una solo finalità ovverosia, all’utile e al calcolo del profitto?

Il testo "Inseguire la modernità?" è stato pubblicato il 16 Luglio 2016 su Tracce Cahiers d'Art, giorno dei funerali delle vittime del disastro ferroviario in Puglia, nel supplemento telematico della rivista.

3 luglio 2016

THE LOST ART OF DRAWING. L'ARTE PERDUTA DEL DISEGNO.
Disegni inediti di Architettura dell'Archivio Storico dell'Accademia di
Belle Arti di Roma in mostra al Centro Studi Americani

Ringraziamo il prof. Marco Nocca per averci segnalato la mostra romana L'Arte perduta del Disegno

IL DISEGNO PERDUTO

a cura di Marianna Montaruli, 3 Luglio 2016 

La mostra
THE LOST ART OF DRAWING – L’ARTE PERDUTA DEL DISEGNO realizzata in collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Roma e con l’Harvard Club of Italy aperta fino all' 8 luglio 2016 presso il Centro Studi Americani, via Michelangelo Caetani 32, Roma, raccoglie disegni e bozzetti inediti della Scuola di Architettura di fine ‘800 provenienti dalla collezione del Fondo Storico dell’Accademia. Sono esposti 36 fogli di giovani architetti della Roma Umbertina, alcuni dei quali destinati a diventare protagonisti della trasformazione della Città dei Papi nella nuova capitale laica del Regno d’Italia. Si tratta soltanto di una parte di tutti i disegni ritrovati negli Archivi dell’Accademia di Belle Arti e che hanno rischiato di essere perduti per sempre chiusi dentro a un sacco pronti ad esser gettati via. 

Erano rimasti per lungo tempo in scatoloni accatastati a terra ben 72 disegni di ottima fattura e di perfetta esecuzione che rappresentano “un vero tesoro” come spiega la Direttrice dell’Archivio Storico Tiziana D’Acchille e che “riguardano lo studio di stili e ornato, ma anche progetti totalmente di invenzione” dice Costanza Barbieri, curatrice della mostra. In esposizione una grande varietà di soggetti, prospettive, spaccati, decorazioni come, fra altre, quelle di Selinunte e di Metaponto colorate ad acquerello “perché si era da poco scoperto che lo erano statue e palazzi antichi” come ricorda Costanza Barbieri. Il tutto reso nell’insieme “con un’immensa (e ormai perduta) capacità manuale nel disegno” come osserva, in una sua arguta e condivisibile nota, Fabio Isman, nel suo articolo titolato Salvati dal macero 36 piccoli capolavori apparso su Il Messaggero il 22 giugno 2016.

i Disegni
Il testo "Il Disegno perduto", è stato pubblicato il 3 Luglio 2016 su Tracce Cahiers d'Art, nel supplemento telematico della rivista, link: http://bit.ly/29jcvD5

19 giugno 2016

Creare un'armonia. IL "ritorno all'ordine" nell'estetica di GINO SEVERINI. Di Beniamino Vizzini

Creare un'armonia
Il "ritorno all'ordine" nell'estetica di 
GINO SEVERINI

19 Giugno 2016

GINO SEVERINI (Cortona 1883 - Parigi 1966)
"Natura morta con ruderi, piccione e statua", 1931, tempera su cartoncino

La mostra "SEVERINI. L'Emozione e la regola", a cura di Daniela Fonti e Stefano Roffi, 
si tiene alla Fondazione Magnani Rocca, Mamiano di Traversetolo - Parma  
dal 19 marzo al 3 luglio 2016 www.magnanirocca.it

La catastrofe dell’arte moderna e contemporanea coincide con la scomparsa di ciò che ho voluto chiamare, la sua utopia; il momento, nell’opera d’arte, per cui essa trascende la realtà (vedi l’editoriale del 21° cahier di Tracce Cahiers d’Art). 

Da attività creatrice, mossa dalla pulsione espressiva in antitesi dialettica con la pretesa obiettività del dato reale, l’arte, che si estrinsecava nella dimensione dell’opera grazie alla virtù della padronanza nell’uso dei mezzi tecnici del dipingere o dello scolpire, diviene ora nient’altro che un semplice organo della comunicazione. Integralmente ridotta alla sfera della socializzazione comunicativa, l’opera d’arte appare unicamente quale mera semiosi perdendo così anche, solo, la memoria di ciò che ne rendeva enigmatica e misteriosa la pura, nuda, silenziosa presenza o, parousia aesthetica, in cui, tuttavia, consisteva la sua irresistibile e imperiosa attrattiva sulla coscienza del riguardante.

Nella misura relativa alla sua autonomia l’arte rivela d’essere il dominio dell’immaginazione dove le forme sensibili del reale empirico acquistano un’altra natura, quella che nasce dalla messa in opera di un principio creativo e dialettico della libertà, come spontaneo, incondizionato, impulso all’espressione che si esplica nella determinatezza, appunto, di una forma costruita e composta con gli strumenti dell’operare artistico. La creazione spontanea si converte in opera d’arte ponendo così, le condizioni per creare, al suo interno, un’armonia ovvero, un ordine in cui tutte le sue parti, senza coercizione alcuna, si ricompongono insieme in unità dalla quale promana l’aura, o lo splendore, della sua medesima astanza. 

Esistono leggi costruttive convenienti alla formatività di un’opera dell’arte che sono perfino, di carattere matematico e geometrico, come la prospettiva o la sezione aurea che furono, infatti, le regole dell’arte architettonica, scultorea e pittorica del Rinascimento italiano.

Dopo la Grande Guerra, ove naufragò l’esperienza delle avanguardie artistiche del primo Novecento, nel campo diruto dell’arte europea comparve il fenomeno del cosiddetto “ritorno all’ordine” che, in realtà, corrispose al tormentato tentativo di far ritornare nel presente storico la concezione di un’arte senza tempo, al di fuori dell’incubo della storia.

Gino Severini, deluso dal futurismo, ne rappresentò uno dei testimoni più consapevoli e più alti. Egli, allora, si rivolge alle fonti e trova nel Quattrocento italiano la sua patria intellettuale. Studia il trattato sull’architettura del romano Vitruvio, opera base di tutto il Rinascimento. Si immerge negli studi teorici dell’Alberti, del Dürer e di Piero della Francesca e legge con entusiasmo il trattato “De divina proportione” del frate francescano Luca Pacioli, una delle massime autorità matematiche europee di quel tempo. Da questo studio è nato il saggio “Dal cubismo al classicismo, estetica del compasso e del numero”, pubblicato in francese a Parigi nel 1921.

Difronte allo sfacelo dell’arte, da lui paventato nel 1921, Severini pone nel suo saggio la domanda fondamentale: a che serve la pittura? “Si possono dare tante definizioni eleganti e profonde, filosofiche o estetiche dell’arte e della bellezza, ma per un pittore si riassumono tutte in un’unica frase: creare un’armonia”. 

Creare questa armonia, secondo Gino Severini, significa lavorare al quadro come ad una composizione per sé stante che si regge su leggi proprie ancorché simili alle stesse leggi che governano l’universo come, peraltro, quel rapporto o, proporzione matematica, ad esempio, che costituisce la base essenziale di ogni rapporto armonico che è la sezione aurea. Le parti del dipinto fra di loro e rispetto al tutto del quadro devono essere in equilibrio e armonia; ciò significa che l’unità del quadro, il suo equilibrio e la sua armonia, devono basarsi sul medesimo rapporto armonico.

Scopo della pittura deve essere, dunque, quello di “creare un’armonia” – scrive Severini: “Un’opera d’arte è perfetta quando tutti gli elementi che la compongono tendono decisamente al medesimo fine”. L’arte perciò, ancora una volta, nell’opera e nei quadri di Gino Severini non è affatto imitazione della realtà effimera dei sensi ma, essenzialmente, composizione autonoma resa “indipendentemente da tutti i confronti, compreso quello con la realtà che conosciamo”.

Per concludere, non si può tuttavia non ricordare che, invero, questa del cosiddetto “ritorno all’ordine” fu una stagione in cui, pur, prevalse il sogno ideologico e regressivo dell’aspirazione al ritorno verso la separatezza originaria tra mondo sensibile e mondo intelligibile che formano, invece, insieme una sola vivente unità.

Integrità, ogni volta, quasi miracolosamente riattualizzantesi in ciascuna opera, davvero, ben compiuta e ben riuscita dell’arte come, d’altronde, balza evidente dalla contemplazione stessa di svariate forme e di matericità cromatiche coesistenti in tutto quanto il complesso delle esecuzioni pittoriche, dall’epoca divisionista al futurismo ed oltre, realizzate con meravigliosa sintesi mimetico-compositiva dell’artista Gino Severini.

Il testo di Beniamino Vizzini "Creare un'armonia. Il ritorno all'ordine nell'estetica di Gino Severini" è stato pubblicato sulla Rivista (cartacea) Tracce Cahiers d'Art, N. 24 primavera estate 2016, che ha dedicato un ampio servizio alla mostra "SEVERINI. L'emozione e la regola", in corso fino al 3 luglio 2016 alla Villa dei Capolavori della Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo - Parma.

7 giugno 2016

L.H.O.O.Q. di Marcel Duchamp al Museo d'Arte di Ascona, Svizzera. Di Beniamino Vizzini

L.H.O.O.Q. di Marcel Duchamp

di Beniamino Vizzini
7 Giugno 2016

MARCEL DUCHAMP "L.H.O.O.Q.", 1919 / '64
Staatliches Museum Schwerin / Ludwigslust / Güstrow
Succesion Marcel Duchamp 2015, ProLitteris, Zurich

L.H.O.O.Q. è un ready-made rettificato realizzato nel 1919 dall’artista dadaista Marcel Duchamp. L’opera resta visibile al pubblico fino al 26 giugno 2016 nell’esposizione Marcel Duchamp Dada e Neodada presso il Museo Comunale d’Arte Moderna di Ascona (Svizzera) www.museoascona.ch organizzata in collaborazione con lo Staatliches Museum di Scwerin (Germania) e, che rientra nel novero delle celebrazioni svizzere per il 100° anniversario dalla nascita del movimento Dada, fondato a Zurigo nel 1916.

Si tratta d’una riproduzione fotografica della Gioconda (o Monna Lisa) di Leonardo da Vinci alla quale sono stati aggiunti provocatoriamente dei baffi e un pizzetto. Il titolo L.H.O.O.Q. è composto da cinque lettere che pronunciate in lingua francese danno origine alla frase “Elle a chaud au cul” (Lei ha caldo al culo – Lei è eccitata). Esiste anche una versione del 1965 nella quale appare la Gioconda senza baffi e la scritta in francese, Rasée L.H.O.O.Q. 

Fin troppo evidente l’intenzionalità derisoria e trasgressiva del gesto di Duchamp che sovrappone un segno di chiaro significato contestativo ad un’immagine-culto, tale che ha finito per monopolizzare la rappresentazione universale dell’Arte del Rinascimento secondo le modalità più insignificanti e banali della mimesi raffigurativa. Marcel Duchamp ha dichiarato: “La Gioconda è così universalmente nota e ammirata da tutti che sono stato molto tentato di utilizzarla per dare scandalo. Ho cercato di rendere quei baffi davvero artistici”. 

L’opera pittorica del ritratto leonardesco, proveniente dalla tradizione dell’operare artistico di matrice magico-rinascimentale del Quattro-Cinquecento italiano, viene aggredita e negata dall’artista di Blainville-Crevon nel momento in cui viene, parimenti, riaffermata come icona nel contesto generale di un consenso comune, in sé, privo di qualsiasi sensibilità per l’effettiva e vivente esperienza della creazione artistica, ridotta al grado zero d’una “pittura retinica” che annulla l’arte come pensiero. L’operazione di Duchamp sembra avere, dunque, il carattere di un’irriverente protesta contro il dogmatico predominio di un’estetica ormai morta ma tenuta, artificialmente, in vita ancora dalla volontà prevalente dei filistei componenti una massa umana, affatto, estranea all’esercizio di autentica libertà dell’arte. 

“L’opera d’arte non deve rappresentare la bellezza che è morta” affermava Duchamp. La tradizione umanistica dell’ Opera d’arte e del Capo-lavoro, della bellezza come armonia, autonomia ed unità della forma, è stata assassinata, annientata dal nichilismo antiumanistico della società uscita dall’ecatombe della prima guerra mondiale (la Gioconda di Duchamp è del 1919). Il gesto trasgressivo dell’artista dadaista francese ha inteso reagire al nichilismo della modernità esplosa dopo il primo grande genocidio totale della storia con il nichilismo uguale e contrario di un’arte divenuta antiarte, antitesi totale alla tradizione del processo artistico organico e incorporato al processo storico la cui logica avrebbe condotto verso il termine finale della meta catastrofica di uno sterminio di massa globale.

Se l’arte fino ad allora era stata, ed eminentemente rimasta, opera d’arte adesso bisognava, soprattutto, dissacrare l’opera e produrre l’antiopera o, produrre un’arte non più materializzabile in oggetto estetico – un’arte concettuale. Se l’ispirazione artistica precipitava, alla fine o nel corso della sua attuazione creativa, nell’esecuzione tecnica di un atto molto fisico ora, al di fuori della operatività tradizionale, l’arte diviene un atto metafisico se non, addirittura, mistico. Ricordiamo la prima delle Proposizioni sull’Arte Concettuale dell’artista statunitense Sol Lewitt: “Gli artisti concettuali sono mistici piuttosto che razionalisti. Giungono rapidamente a conclusioni che la logica non può raggiungere”.

La Gioconda di Duchamp adombra sotto “quei baffi davvero artistici” una rivelazione davvero mistica dalla quale scatta, nel modo di una illuminazione improvvisa, la conclusione secondo cui apparterrebbe all’esperienza profonda dell’arte una certa natura – evocatrice di opere e di vita – intrinseca all’azione umbratile ed occulta del pensiero magico, dell’Ermetismo e dell’Alchimia, argomenti di cui pare Duchamp si sia sempre interessato durante tutta la sua esistenza. 

Secondo Maurizio Calvesi la “Gioconda con i baffi” nascerebbe da una segreta e divertita allusione “ermetica” all’androginia dell’effigiata. L’androgino, come unione del maschile e del femminile (e quindi dei contrari) è infatti una figura simbolica ricorrente nei trattati alchemici e disegnare barba e baffi sul volto della Gioconda è in fondo mascolinizzare una figura femminile. La misteriosa sigla del titolo, L.H.O.O.Q., ci fornirebbe poi la chiave per decriptarne il senso. Calvesi ipotizza che Duchamp possa aver preso spunto per questa buffa associazione da una miniatura di Jean Perrel intitolata “La complainte de Nature à l’Alchimiste errant” proveniente da un manoscritto alchemico del ‘500 dove si vede la personificazione della Natura-Alchimia (peraltro simile alla Gioconda nella posizione delle braccia e nello sfondo paesaggistico) che siede sopra ad un forno acceso in forma di tronco cavo, ha quindi certamente caldo al sedere. 

Il testo di Beniamino Vizzini "L.H.O.O.Q. di Marcel Duchamp al Museo d'Arte di Ascona, Svizzera" è stato pubblicato il 7 Giugno 2016 a cura di Marianna Montaruli su Tracce Cahiers d'Art, nel supplemento telematico della rivista, link: http://bit.ly/1raB8qC