13 aprile 2014

Félix Vallotton al Grand Palais di Parigi

Félix Vallotton e il senso del presagio

[13 Aprile 2014 | 62591 visite di lettori


La retrospettiva su Félix Vallotton, già esposta al Grand Palais di Parigi, attualmente in corso fino al 1 giugno 2014 al Van Gogh Museum di Amsterdam, presenta l’opera di un grande artista che partecipò all’esperienza dei Nabis e che ha influenzato molte correnti dell’arte moderna e contemporanea dal Surrealismo, alla Nuova Oggettività tedesca, alla pittura di William Hopper, alla metafisica di Giorgio de Chirico. La mostra Le feu sous la glace di Félix Vallotton è documentata sul 19° cahier di Tracce Cahiers d’Art, a cura di Marianna Montaruli e Beniamino Vizzini
Félix Vallotton “La Chambre rouge” 1898 tempera sur carton, cm 50 x 68,5 Lausanne, musée cantonal des Beaux-Arts, acquisition 1983 © musée cantonal des Beaux-Arts de Lausanne / Photo J.-C. Ducret

Interni, nudi e paesaggi sono, per lo più, i soggetti pittorici dei quadri di Félix Vallotton (Losanna 1865 – Parigi 1925), esposti fino al 1 giugno 2014 al Van Gogh Museum di Amsterdam, dopo essere passati dal Grand Palais di Parigi nella mostra intitolata Félix Vallotton, le feu sous la glace, e in attesa di approdare dal 14 giugno al 23 settembre 2014 al Mitsubishi Ichigokan Museum di Tokyo.
                                                                                                                       
Félix Vallotton “Femme nue assise dans un fauteuil rouge”, 1897
huile sur carton marouflé sur contreplaqué, cm 28 x 28
Grenoble, musée de Grenoble © Rmn-Grand Palais / Jacques L'Hoir / Jean Popovitch
Sembra esservi, in effetti, un appassionato ritorno di interesse verso le atmosfere magnetizzanti nei quadri dell’artista di Losanna già variamente accostate, di volta in volta, ora a quelle oniriche del Surrealismo, ora a quelle acide e iperrealiste della Nuova Oggettività tedesca nel primo dopoguerra, ora alle atmosfere statiche e sospese della pittura di William Hopper, fino alle più recenti riscoperte di precise analogie figurativo-visuali con la pittura metafisica di Giorgio de Chirico. In merito a quest’ultimo accostamento si considerino le acute osservazioni della storica dell’arte Marina Degl’Innocenti con le quali ci viene efficacemente dimostrato che “il giovane de Chirico, nel suo percorso verso la pittura ‘metafisica’, trova forse un imprevisto antecedente o modello in Félix Vallotton. Nabis tradizionalista ma in alcune opere evidentemente incline a scarti stranianti e incursioni nel mistero”.

Félix Vallotton “Intérieur avec femme en rouge de dos”

1903 huile sur toile, cm 93 x 71 Zurich, Kunsthaus

Zürich, legs Hans Naef

© Kunsthaus Zurich 2013 / droits réservés
Da parte nostra, la piena condivisione di questo punto di vista induce a concentrare il focus del giudizio, proprio, su ciò che lo stesso Vallotton, per parlare della sua pittura, definiva “metaphisique picturale”. Artista versatile e poliedrico, non fu solo pittore – oltre che scrittore e drammaturgo – fu anche abilissimo incisore e illustratore molto apprezzato e ricercato dalle riviste più in voga del suo tempo, fra le quali più celebre di tutte La Revue Blanche dove nel 1896 Vallotton pubblica un disegno folgorante, leggermente caricaturale ma molto espressivo, il “Ritratto di Schopenhauer” ovvero, del filosofo autore del Mondo come volontà e rappresentazione, tradotto in lingua francese prima nel 1886 e poi nel 1889, che fu uno dei libri più letti dagli artisti dell’area simbolista e dei Nabis.
Dietro l’apparenza dei fenomeni si nasconde l’assurda verità della “vita assassina”, come recita il titolo di uno dei tre romanzi scritti e lasciati postumi da Félix Vallotton che intesse, come un velo di Maya, quella sua metafisica pitturale atta ad avvolgere in un oscuro “senso del presagio” ogni rappresentazione pittorica del mondo e, soprattutto, del mondo borghese. Quasi che Vallotton avverta, al di sotto dell’artificialità del mondo moderno, come rappresentazione imposta dall’ipocrisia d’una classe dominante che identifica se stessa con la civiltà, una sensazione primitiva; avverta ciò che Giorgio de Chirico ha definito “una delle sensazioni più strane e più profonde che la preistoria ci abbia lasciato” ed è la sensazione del presagio. “Quella sensazione esisterà sempre. È come una prova eterna del non-senso dell’universo”.
Félix Vallotton “Le Dîner, effet de lampe” 1899 huile sur carton marouflé sur bois, cm 58 x 90
Paris, musée d’Orsay © Rmn-Grand Palais (musée d'Orsay) / Adrien Didierjean
Metafisica pitturale e visione in cui la configurabilità di ambienti e di enti, animati e inanimati, che pur avviene in termini di un precisionismo ottico dal disegno esatto e matematico, dalla composizione classica e da un algido cromatismo a tinte piatte, ma dai toni spesso chiari e squillanti, è turbata, come da un fuoco segreto, dal senso di un presagio che trasmette un sottile e angoscioso sentimento di attesa per quel che non si sa nemmeno se possa accadere o se accadrà e che, tuttavia, incombe come la minaccia di un misfatto che potrebbe consumarsi, da un momento all’altro, all’improvviso, dentro allo spazio ordinato e rassicurante, ancorché simile ad una sorta di teatrale finzione, di un interno o dell’intimità borghese.

Félix Vallotton “La Loge de théâtre, le monsieur et la dame”

1909 huile sur toile, cm 46 x 38 Suisse, collection

particulière © collection particulière

La guerra dei sessi che arde nel fondo verde scuro d’una loggia di teatro fra “le monsieur et la dame”, sopra al colore giallo della gelosia o che discorre nell’ombra d’una morbosa camera rossa; la fisicità imperfetta eppure, offerta con indolente indifferenza, di nudi femminili come quello che pare abbandonarsi all’espansione di chissà quale sogno d’indicibile passione che dilaghi come una colata vermiglia di sangue, dalla poltrona a tutto il pavimento; o come le figure di donne colte e raffigurate in ogni posa d’una loro intima toeletta che si svestono o si rivestono, pur tuttavia senza pudore, come se si trattasse dell’ostentazione di un rito fine a se stesso, senza mito, nel Bagno in una sera d’estate qualunque. L’emancipazione stessa della donna adombrata nel violento contrasto, in bianco e nero, del confronto fra l’altera dama con il grande cappello piumato che le nasconde tre quarti del viso ed il signore con i baffi, dagli occhi bassi al suo cospetto, in Le provincial, costituisce un altro dei temi privilegiati dalla pittura di Vallotton. La donna protagonista del mito, come in L’Enlèvement d’Europe, o dell’immaginario di certa pittura neoclassica e orientaleggiante come quella di Ingres, di Le bain turc, viene qui rappresentata con una figurazione che grazie, in special modo, al trattamento del colore antinaturalistico e incastonato nella linea di un disegno esatto ed impietoso, riesce ad essere realistica e straniante, al tempo stesso.

Félix Vallotton “Le Provincial” 1909 huile sur toile,

cm 50 x 53 collection particulière

© collection particulière / photo Reto Pedrini, Zürich

Se la figura femminile, allucinata come la bambina sotto l’alone di un effetto di luce, vista difronte, quasi a sfidare la grande ombra di un uomo senza volto, ritratto di spalle, in Le Diner, effet de lampe, o enigmatica come laFemme en rouge de dos che avanza silenziosa in un interno attraverso una fuga di stanze aperte su dettagli d’involontario disordine o trascuratezza, fino alla camera da letto scopertamente percepibile nello sfondo, o luminosa come le macchie di puro colore rosa, rosso e giallo appena ombrate sulla camicia, sul cappello e sull’ombrellino da sole delle tre spiaggianti rivolte al rettangolo verdeazzurro compatto del mare, tagliato da un orizzonte dello stesso colore ocra della spiaggia su cui sono sedute in Sur la plage; se la figura femminile altro non è che metafora di un altro racconto, figurazione d’una realtà infigurabile ossia, di quella d’una “volontà di vivere” in tutta l’urgenza improrogabile della sua emancipazione, il tema del paesaggio riconcilia la pittura di Fèlix Vallotton con se stessa.
Félix Vallotton “L’Enlèvement d’Europe” 1908 huile sur toile, 130 x 162 cm Berne, Kunstmuseum Bern,
don du professeur Hans R. Hahnloser © Kunstmuseum Bern
In genere, nella metafisica pitturale insita in tutta quanta l’opera di Félix Vallotton aleggia onnipresente il senso di un presagio poiché la sua pittura è dissimulazione figurativa; vale a dire, trasfigurazione che ri-vela dietro l’apparenza del mondo come rappresentazione un’infigurabile forza, che sfigura e disfa ogni presunta realtà con una sola ed unica eccezione, quando il pittore ritrae il paesaggio, forse perché quando il paesaggio diviene pittura allora avviene il disvelarsi ultimo di quella sensazione di presagio in cui consiste l’essenza più profonda della natura stessa. Scrive Giorgio de Chirico: “il vento fa stormire le foglie d’una quercia; è la voce di un dio che si fa sentire”. Nella pittura di paesaggio l’arte di Félix Vallotton assurge all’altezza del valore decorativo in cui, secondo l’ideale della poetica simbolista dei Nabis, deve riconoscersi la grande arte di tutti i tempi. 
Félix Vallotton “Sur la plage” 1899 huile sur carton, 42 x 48 cm collection particulière
© Fondation Félix Vallotton, Lausanne
Maurice Denis nel celebre articolo apparso su Art et critique del 23 e 30 agosto 1890, aveva retoricamente chiesto: “La grande arte, che si chiama decorativa degli Indu, degli Assiri, Egiziani, Greci, l’arte del Medioevo e del Rinascimento, e le opere decisamente superiori dell’Arte moderna, cos’è se non il travestimento delle sensazioni volgari, degli oggetti naturali, in icone sacre, ermetiche, imponenti?”. Non vi è alcun dubbio che Félix Vallotton, Nabis molto singolare e affatto sui generis, abbia spesso utilizzato estrema libertà di semplificazione delle forme ed esaltazione del colore, nel suo valore espressivo dell’emozionalità, allo scopo di creare visioni ad effetto in cui occultare il presagio dell’invisibile, ma nei “paesaggi” forme e colori divengono i veri protagonisti assoluti del quadro, icone sacre, ermetiche, imponenti. Si guardi La Grève blanche, Vasouy del 1913; l’emozione sincera della spiaggia bianca sul mare si traduce con l’arabesco in piatto di linee che scandiscono piani slanciati verso l’orizzonte, col colore puro di azzurri alterni al verde e al grigio, la distesa bianca al centro costeggiata da ombre fitte che s’allungano sinuose a rinforzare la luminosità d’insieme della bella immagine, con le armonie ritmiche create dal disegno fluido in cui si ricompone l’unità del tutto accentuata, forse, ancor di più dalla presenza di due minuscole figurette umane che avanzano nell’immenso biancore del litorale di fronte al mare.
Félix Vallotton “Le Bain au soir d’été” 1892-1893 huile sur toile, cm 97 x 131
Zurich, Kunsthaus Zürich, dépôt de la Fondation Gottfried Keller (acquis en 1965)
© Kunsthaus Zurich 2013 / droits réservés
La pittura, diceva Denis, dev’essere un’interpretazione della natura “per scelta e per sintesi”, ma i paesaggi di Vallotton – come aveva ben compreso Antonin Artaud – non sono interpretazioni ma “equivalenti” della natura, dove si fa sentire “la voce di un dio” o, in altre parole, dove accade il porsi in essere di un presagio che non è altro se non “la salvezza della sensazione primitiva” ovvero di quell’emozione che sorge, per la prima volta, al contatto con il disvelamento originario del mondo.