16 maggio 2017

Una nota di circostanza per la Biennale d'arte contemporanea di Venezia Di Beniamino Vizzini, Tracce Cahiers d'Art


Di ciò di cui nulla può essere detto bisognerebbe tacere e ciò di cui bisognerebbe, massimamente, tacere sono i misteri iniziatici dell’arte contemporanea celebrati sotto il sole mediatico di periodiche manifestazioni mondane come i biennali appuntamenti dell’Esposizione internazionale d’arte contemporanea di Venezia.
 
I misteri antichi esigevano un’iniziazione esoterica e notturna che imponeva il silenzio. I misteri dell’arte contemporanea si svolgono sempre sotto i fasci della luce sfolgorante dei mass-media e, dunque, entro cerimoniali e rituali perennemente avvolti in un profluvio incessante di parole anzi, la Parola è l’idolo che sovrasta, troneggia, regna dappertutto. 

“Il discorso sull’arte prevale sulle immagini, l’arte è diventata meta-arte, sur-arte. Al punto che la maggior parte di ciò che viene esposto risulta incomprensibile senza un debito apparato di spiegazioni. Come siamo arrivati a questa supremazia del linguaggio razionale su quello muto e irrazionale delle immagini? Perchè a poco più di un secolo di distanza dalle avanguardie storiche, che avevano mandato in soffitta un’idea di pittura come mimesis della realtà, siamo circondati da opere che della realtà propongono il calco più triviale?”. 

Se lo chiede con candida innocenza Simona Maggiorelli nel libro di cui è autrice, significativamente intitolato “Attacco all’arte. La bellezza negata” e che esce, forse non casualmente, quest’anno in concomitanza con la 57ª fiera veneziana della Kallifobia contemporanea. Esiste altra epoca in cui la volgarità dell’utile e la bruttezza delle funzioni siano diventate valori così incommensurabili e l’inutilità della bellezza oggetto di così tanto odio e disprezzo? Se manca una persuasione autentica si deve ricoprire tutto di retorica, perchè il tutto è falso, come diceva, contro Hegel, il filosofo di Francoforte. 

A nessuno piace ricordare come l’arte, in passato, sia stata fra le altre cose anche creatività improduttiva, men che meno all’artista odierno al quale interessa valorizzare la propria opera inserendola nel circuito magico del mercato dell’arte contemporanea poiché, in sé, non vale per quel che è ma per quel che potrebbe rendere se inserita bene nel sistema complessivo di questo circuito se, insomma, diviene produttiva di status, di profitto e di denaro. 

In altri tempi l’arte fu creatività improduttiva, non finalizzata alla produttività o alla ricerca di un risultato a tutti i costi originale e innovativo. L’arte fu creatività fine a se stessa, espressione individuale di una dimensione universalistica di spiritualità, alla ricerca di una perfezione tecnica ineguagliabile, come valore intrinseco al suo stesso fare, che persuadeva e incantava i suoi committenti. L’arte era attività che produceva bellezza e, per questo motivo, veniva ricercata e richiesta. Ma la bellezza ha il difetto di essere rara; una rarità difficile a farsi; occorre fatica, studio, tormento, virtuosità e, persino, talvolta, un talento speciale chiamato genio. La bellezza dell’arte possedeva un’aura dalle caratteristiche indiscutibilmente aristocratiche, le quali non potevano non risultare invise nell’era della democrazia e della massificazione industriale. L’arte se voleva sopravvivere doveva divorziare dalla bellezza e così è stato, ma ciò che è sopravvissuto sembra non essere più davvero riconoscibile nei suoi lineamenti di una volta. 

“Il linguaggio muto e irrazionale delle immagini”. Le immagini non costituiscono un linguaggio, piuttosto il linguaggio è sempre quello razionale della parola o, funzionale e parimenti significante del segno. L’immagine appunto non è parola né segno, essa è mimesis della realtà interiorizzata o, in tal modo, almeno si presentava nella cornice dell’opera d’arte, isolata dal contesto della quotidianità della vita reale. Mandata in soffitta l’idea di pittura come mimesis della realtà, ecco che siamo circondati da opere che della realtà propongono il calco più triviale, come quelle che non finiscono ormai più di allietarci nelle frenetiche calli veneziane, fino ad oggi, dalla lontana e fatidica Biennale del 1964.