2 settembre 2017

I Porti della Puglia nelle Vedute di Philipp Hackert al Castello di Gallipoli. Di Beniamino Vizzini, Tracce Cahiers d'Art

Dal 21 giugno al 12 novembre 2017 la Sala Ennagonale del Castello di Gallipoli, in provincia di Lecce, ospita la mostra I PORTI DEL RE, nove grandi opere dell’artista tedesco Jacob Philipp Hackert (1737 - 1807), raffiguranti altrettanti porti pugliesi (Gallipoli, Barletta, Bisceglie, Brindisi, Manfredonia, Monopoli, Otranto, Taranto e Trani) del Regno di Napoli.
Le opere furono realizzate su commissione di re Ferdinando IV di Borbone che nella primavera del 1788 incaricò il pittore ufficiale di corte di ritrarre in dipinti e disegni tutti i porti pugliesi. 

La mostra è prodotta dal Castello di Gallipoli in collaborazione con la Reggia di Caserta, dove le opere sono conservate, gestita dall’Agenzia di Comunicazione Orione di Maglie con la direzione artistica di Raffaela Zizzari, ed è stata fortemente voluta dall’Amministrazione comunale guidata dal sindaco Stefano Minerva.

Le nove tele, tutte di grande formato (cm 154,1 x 229,1), si ritrovano dunque esposte al pubblico nell’ambientazione della sala ennagonale del Castello di Gallipoli, unico esempio di architettura militare di tale forma, inglobata nella torre grande posta nello spigolo sud-est della fortezza, interamente circondata dal mare. Sarà all’interno di questo rarissimo gioiello architettonico sporgente sul mare che resteranno visibili, fino al 5 novembre 2017, le favolose vedute marine che Hackert realizzò per esaudire il desiderio del re di Napoli di emulare quanto il re di Francia Luigi XV aveva compiuto affidandone l’esecuzione al pittore Claude Joseph Vernet nel 1753, con la serie di Vedute dei Porti di Francia.

La prima sensazione, forse esperibile al cospetto di tali vedute dei Porti di Puglia, è quella di essere davanti ad una rappresentazione quasi iperrealistica di paesaggi tuttavia più fantasticati che veri, quantunque ogni loro particolare risulti descritto con minuziosa ed anzi, più che puntigliosa precisione. Non si può, infatti, non avvertire come l’arte vedutistica del prussiano Hackert abbia sviluppato la via analitica dell’arte paesaggistica olandese e nordeuropea fin dentro all’oggettivo vagheggiamento della solarità classica e mediterranea spirante dalla storia e dalla natura del paesaggio italiano; lo stesso che ispirò il grand tour del suo più famoso conterraneo e suo grande amico ed estimatore, il poeta Johann Wolfgang von Goethe. 

Di Hackert è la seguente frase che così recita: “Solo nella bella Italia un paesaggista vive nel suo elemento”. 

Di questo prussiano alla corte del re di Napoli sorprende la sensibilità per l’elemento mediterraneo presente nel suo sentimento del bello. Un sentimento che egli sa riportare nel dominio di una illuminata e ordinata compositività di genere classico, come ben si comprende leggendo dai suoi appunti di artista le sue stesse parole: “Al pittore di paesaggio si richiede un impegno costante non solo nell’esercizio del copiare dal vero e nello scegliere il paesaggio più giusto, ma nella preparazione in scienze matematiche, nell’architettura, nell’ottica e nella prospettiva in particolare. Si devono individuare, in un paesaggio, per prima cosa i piani (...) tracciare quindi la linea dell’orizzonte dal punto di osservazione e disegnare le grandi linee e gli oggetti; finché risultino ben delineati i piani e gli oggetti nel complesso. Poi si disegnano i dettagli con precisione, tenendo conto che le piccole cose in lontananza, non essendo possibile riprodurle tutte con precisione, vanno in parte tralasciate con discrezione. Poiché in un paesaggio non c’è solo l’effetto della copia reale della natura e dell’arte ma anche l’illusione morale che questa produce, risulta necessario scegliere con molta cura e consapevolezza”. 

Su queste grandi tele lo sguardo del monarca poteva, ogni volta, ammirare le lusinghe dipinte di una visione ideale non solo dei paesaggi, descritti con esattezza scientifica nelle loro caratteristiche fisiche e topografiche salienti, ma anche, e soprattutto, della “civiltà” del suo Regno, in cui la bellezza del giorno, immerso nella serenità della luce meridiana, si sposa all’operosa attività, alla conversazione, agli svaghi e ai passatempi di un popolo felice e incantato. 

Una fiabesca visione era quella che, certamente, il pittore voleva consegnare al suo re; una gentile finzione generosamente elargita da un impeccabile effetto di realtà. A riprova di ciò, è stato con molta pertinenza osservato che, “i quadri di Hackert costituiscono una testimonianza corretta delle posizioni dei porti e degli edifici circostanti ma non vogliono darci un quadro reale delle loro condizioni; il pittore sa bene che Barletta non presenta ridossi in caso di vento da grecolevante, che Trani non può accogliere navi dai pescaggi elevati a causa dei bassi fondali, che Brindisi è pieno di fango e soggetto alla piaga della malaria, che Otranto presenta approdi estremamente pericolosi, e così via per ognuno dei porti rappresentati, tutti con qualche grosso problema che ne limita le possibilità d’utilizzo; ma lui, l’artista, deve pensare a rassicurare il sovrano e la nazione e allora ecco che le attività commerciali che fervono o qualche vascello in più che carica o scarica appaiono come peccati veniali, perfettamente leciti e che non infirmano la qualità della composizione” (tratto da: Jacob Philipp Hackert pittore di marina, di Paolo Bembo da Rivista Marittima mensile della Marina Militare). Hackert sa benissimo, dunque, che nella pittura di paesaggio non c’è solo l’effetto della copia reale della natura e dell’arte ma anche l’illusione morale che questa produce.

Sotto ampie distese di cielo solcate da nubi leggere, che ne intensificano la dorata chiarità, si svolge un concitato repertorio di scene di vita spettacolare, eppure niente affatto scomposto, che sembra allestire una sorta di recita corale da innumerevoli figurine, consumata per essere dispersa nell’ariosa smisuratezza propria di quei cieli immensi. 

Gran parte dell’ineffabile poesia di cui è pervasa la composizione pittorica delle vedute hackertiane dei porti del Regno di Napoli, che dopo quelli di Puglia (oltre che naturalmente quello di Napoli, allora terza capitale europea dopo Londra e Parigi) annovera i porti di Calabria e Sicilia, si deve alla raffigurazione di cieli così grandi da occupare quasi la metà dell’intera superficie, già di per se stessa di notevoli dimensioni, della tela dipinta. 

Per la verità, qualche maligna insinuazione non è mancata come nel caso di Alexandre Dumas, il quale avrebbe notato e fatto notare che “tutti i porti del regno che si veggono nel salone di Caserta gli sono pagati al prezzo di 50 ducati al palmo, mercato che gli fa fare dei cieli immensi e dei mari a perdita di vista”. Malignità di natura tutta francese? Comunque sia, che Hackert ricorresse all’espediente di dilatare le immagini fino ai limiti possibili, visto che lo pagavano a metro quadro, ha sempre suscitato qualche sospetto sulla sua produzione ufficiale. In fondo, però, anche se questa calunnia fosse vera, i suoi cieli immensi, i mari a perdita d’occhio, il paesaggio ingigantito, costituiscono soltanto un motivo che gli serve ad aumentare il gradiente di fantasia poetica dietro all’effetto illusionistico di realtà. 

L’immagine, nella pittura di Hackert, è solo apparentemente un’immagine di “reportage”, topografica e popolata da tante figurine simili a quelle del presepe napoletano, non è pittura di “veduta” in senso stretto; illuministica a prima vista, in realtà risulta illusionistica e visionaria, in questo così diversa da Vernet e dagli altri vedutisti operanti a Napoli.

La pittura di Hackert non nasce dalla volontà, tutta illuministica e moderna, di certificare e documentare il vero; essa vuole al contrario suscitare un dilettevole inganno, essere dichiaratamente una finzione, dipingere una illusione, nel senso con cui l’intendeva, questa parola, il Leopardi. Non l’illusione intellettuale che usa cioè i concetti dell’intelletto per persuadere e predicare il falso, ma le illusioni della fantasia, che son proprie della poesia, finzioni alle quali non si crede “fuorchè coll’immaginativa, e quindi senza nessun danno”. Allora si conservava ancora la sensibilità, come nell’arte preilluministica di Jacob Philipp Hackert, di percepire la finzione della fantasia poetica quale forma innocente e spontanea, assolutamente disinteressata di illusione morale.